Appunti di degustazione

Podere Fornace Prima – Tindilloro 2016: il Canaiolo secondo natura

E’ un torrido pomeriggio di luglio quando Alessandro Bandinelli mi accoglie nel cortile della sua tenuta, Podere Fornace 1a di Cerreto Guidi. L’azienda, attiva fin dagli anni ’50, conta ad oggi cinque ettari di vigneto distesi su suoli di matrice limosa e argillosa ricchi di conchiglie fossili, lungo la strada provinciale che porta verso Vinci.

Sono lì per degustare il Tindilloro IGT Toscana Rosso 2016, Canaiolo in purezza prodotto secondo il metodo biodinamico, ma prima di stapparne una bottiglia e parlarmene Alessandro mi accompagna a vedere le vigne, per farmi comprendere, per toccare con mano cosa significa viticoltura biodinamica.

Molti di voi sapranno già di cosa si tratta o ne avranno comunque sentito parlare; l’agricoltura biodinamica, introdotta dal filosofo austriaco Rudolf Steiner nel 1924, è un modo di fare agricoltura in sintonia con la natura che sta vivendo un crescente successo anche in Italia. E’ una disciplina profonda e complessa, che condivide diversi aspetti con l’agricoltura biologica, come ad esempio il divieto di utilizzo di fertilizzanti e pesticidi di sintesi, ma se ne discosta per i princìpi su cui si fonda e per alcune pratiche la cui efficacia è ancora in parte dibattuta, e di cui è difficile fornire una descrizione esauriente in queste poche righe. Per darne una definizione sintetica, anche se per forza di cose semplicistica, si può dire che l’agricoltura biodinamica considera l’azienda agricola come un singolo organismo in cui terreno, piante, animali, personale, sono parte di un unico sistema le cui relazioni si bilanciano tra loro naturalmente, in un ciclo continuo, senza la necessità di interventi esterni. Lo scopo è una produzione che oltre ad essere sana manifesti tipicità e caratteristiche qualitative elevate. Importanza centrale assume la fertilità del terreno, organismo vivo e multiforme, la cui vitalità è garantita da pratiche come il sovescio e l’utilizzo di determinati preparati a base di letame ed essenze vegetali.

Se l’efficacia di questi preparati e il modo in cui vengono prodotti è oggetto di scetticismo, i dubbi si dissipano quando si osserva una vigna come quella che mi mostra Alessandro. Pur con il caldo asfissiante delle ultime settimane e l’assenza prolungata di piogge rilevanti le viti sono floride, nessuna traccia di malattia, fusto e tralci ben proporzionati, la parete fogliare delle viti, grazie anche allo scrupoloso lavoro di gestione del verde, è in equilibrio con il carico d’uva, e il terreno, al di sotto dello strato superficiale, è umido e profumato.

Anche in annate meno fortunate, mi spiega Alessandro, che dal 2010 gestisce in prima persona l’azienda che fu del padre e dello zio, è possibile raccogliere uve soddisfacentemente sane e mature, aspetto di fondamentale importanza e ancor più decisivo nel contesto di un processo di vinificazione che non prevede l’utilizzo di prodotti esogeni e ridottissimo impiego di solfiti.

Genuinità e qualità quindi, perché, come ci tiene a sottolineare Alessandro, oltre ad essere sano il vino deve soprattutto essere un piacere, e il Tindilloro ne è un perfetto esempio: punta di diamante della produzione vinicola dell’azienda, viene prodotto esclusivamente con Canaiolo Nero, varietà storica toscana, proveniente in gran parte da un appezzamento con viti di 70 anni ancora ottimamente conservate.

Le uve vengono raccolte manualmente al raggiungimento della maturità fenolica e sensoriale, solitamente nel primo mattino per evitare che a causa del caldo i processi fermentativi inizino già nel carrello di raccolta, e vengono vinificate in tini di cemento, senza l’utilizzo di lieviti secchi attivi e altri prodotti commerciali. Quando la stagione lo consente, come nel caso del 2016 che ho assaggiato, le perfette condizioni di sanità delle bucce permettono di effettuare fino e 3-4 rimontaggi al giorno, e macerazioni che si prolungano anche per 5-6 settimane, consentendo un’estrazione ottimale di polifenoli, colore e componenti aromatiche. A seguito della svinatura il vino riposa, sempre in serbatoi di cemento, assieme alle proprie fecce fini, in modo tale che la struttura si arrotondi e si armonizzi. I tempi di affinamento non seguono un protocollo rigido, ma dipendono dall’evoluzione del vino e, quando questo è ritenuto pronto, viene imbottigliato, senza chiarifica, con una leggerissima solfitazione finale e filtrazione larga. Tutto ciò permette al vino di giungere alla bottiglia conservando le caratteristiche aromatiche tipiche del Canaiolo e del territorio di origine.

 

Di colore rosso rubino, intenso e profondo, appena versato il Tindilloro 2016 si presenta leggermente chiuso, ma basta agitare un momento il bicchiere, dando modo al vino di ossigenarsi, per iniziare a percepire un bouquet molto particolare, fatto di profumi fruttati freschi di ciliegia, prugna, ribes, tenui note floreali e di erbe balsamiche in piacevole contrasto con quelle, altrettanto leggere, di spezie dolci. C’è anche un sottofondo minerale, terroso, non spiacevole, che ci racconta di queste colline, dolci e soleggiate. A fronte di una generale sensazione di freschezza al naso, in bocca il Tindilloro si rivela morbido e caldo, com’è proprio del Canaiolo, che proprio grazie a queste sue qualità veniva e viene utilizzato nell’uvaggio del Chianti per smorzare le spigolosità del Sangiovese. Tanti tannini, ma vellutati grazie alla perfetta maturazione dell’uva e una buona acidità che accompagna la fine del sorso.

 

In conclusione il Tindilloro 2016 di Podere Fornace 1a esprime una personalità ben delineata, caratteristiche peculiari e, nonostante sia ancora giovane e con un certo potenziale evolutivo, si dimostra già godibile. La sua freschezza lo rende perfetto per accompagnare carne alla griglia, salumi, formaggi cremosi.

 

www.poderefornaceprima.it 

 

 

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